27/02/12

Getsemani

Il bello dei vent'anni è che non pensi a niente. Ti capitano le cose più brutte e tu le scrolli di dosso, come se non fossero successe a te. Sei forte, senti che niente possa fermarti: tu sei il più intelligente, il più bravo, quello vincente. Hai tante persone intorno a te e non le guardi. Le lasci indietro, come inutili zavorre: infondo la vita è una giungla e chi non regge il passo non merita di condividere il tuo prorompente cammino. 
A trent'anni hai tutto: la salute, una cultura superiore alla media, un lavoro ben pagato con buone prospettive di carriera. Poi improvvisamente il giocattolo si rompe. Il lavoro, quell'isola felice cui hai dedicato tutte le tue forze fisiche ed intellettuali, diventa il tuo peggior nemico. Ti guardi intorno e vedi gente che si prostituisce per ottenere una macchina in leasing, un nuovo modello di pc portatile, uno smartphone aziendale. Cominci a rallentare, a tornare a casa dopo avere fatto le tue otto ore di lavoro, invece delle dieci o dodici che facevi prima. Cominci a pensare, a ricordare tutti quei volti che hai lasciato per la strada e che avrebbero meritato un gesto d'affetto, una parola buona. Magari soltanto una visita od una telefonata.
Che fine ha fatto la tua professoressa di lettere, quella che implorava tuo padre affinché ti avesse fatto iscrivere ad una facoltà umanistica? Perché non l'hai ascoltata, preferendo prostituirti per un piatto di lenticchie tecnologiche? E dov'è tuo fratello, quella splendida creatura che invano ti ha cercato con gli occhi, per anni ed anni? Che tu, tutto preso nelle tue guerre di conquista, hai impunemente ignorato, lasciandolo solo con le sue angosce, le sue paure infinite.
A quarant'anni questi pensieri diventano impetuosi, come un fiume in piena. E' tutto sottosopra, ti accorgi che hai costruito una scenografia che non ti appartiene, che ti impedisce persino di respirare. Ti crolla tutto sopra la testa, le macerie di una vita di cartapesta, pesanti come l'intero universo. Non ti interessa più nulla di quello che ti sembrava importante fino a pochi mesi prima, hai solo voglia di stare da solo, di imprecare, di piangere. Forse anche di morire. Senti che da solo non puoi farcela, chiedi aiuto e l'aiuto arriva, sotto forma di pasticche e gocce della felicità. 
E inizia una lenta, lunga e dolorosissima risalita. Ti rialzi, spesso cadi rovinosamente, spesso la vita ti molla dei ceffoni che ti fanno tornare al punto di partenza, come in un drammatico ed impazzito gioco dell'oca. Ma ora hai un obiettivo, devi rimediare agli errori che hai commesso, devi ricostruire dove prima sei passato con furia distruttrice. E non è facile, le persone diffidano di te, giustamente. Chissà cosa deve aver pensato tuo fratello quando in lacrime lo hai abbracciato, chiedendogli perdono e dicendogli che gli vuoi bene e che non lo avresti abbandonato per nessuna ragione al mondo? Perché anche le persone handicappate hanno una vita interiore, dei sentimenti belli e purissimi. E quando li ferisci soffrono come soffriamo noi, anzi molto di più. 
Ma non riesci a farti perdonare. Per quanti sforzi tu faccia, l'amore che lui ti da è incommensurabilmente superiore a quello che tenti di dare, non c'è partita: le persone con handicap sono amore allo stato puro. E lo stato puro non è mai normale.
A cinquant'anni i nodi che vengono al pettine inizi a toccarli con mano. Sono cambiali scadute e tu sei in attesa che da un momento all'altro arrivi l'ufficiale giudiziario. Ma non hai più paura, aspetti senza alzare il capo, come chi è oramai rassegnato al proprio destino. Vivi alla giornata, senza fare alcun progetto, nascondi la testa nella sabbia. Sai che di più non puoi fare e aspetti che gli eventi accadano. Sperando di trovare la forza che non hai. Sperando che qualcuno venga a portar via dal tuo Getsemani le croci della tua mente.

24/01/12

Mio fratello. Mio figlio.

Cara zia Cicci, ora so quello che provavi quando tuo fratello, mio padre, usciva di casa. Lo guardavi dietro i vetri della finestra, finché la sua sagoma non svaniva, nascosta tra i pioppi di viale dell'università. E quando sapevi di non poterlo vedere per diversi giorni, calde lacrime solcavano le tue guance. Dicevano che eri esagerata, che eri troppo attaccata al tuo fratellino. Ma tu non eri solo la sorella più grande: come una mamma lo hai curato quando vostra madre è venuta a mancare. E quando anche nonno Amilcare, tuo padre, morì di crepacuore per la perdita della moglie adorata, lo amasti come un figlio, più di un figlio. Perché decidere di essere madre di chi non ti è figlio è il più grande atto d'amore che l'universo intero possa contemplare.
A distanza di quaranta anni, oggi che non ci sei più, rivivo i tuoi stessi pensieri: anche io piango se non vedo mio fratello per troppo tempo e quando vado a casa dei miei lo riempio di baci, di abbracci e di coccole. Gli dico un sacco di bugie: che Gesù lo protegge, che è un libero professionista, che l'estate dura tanto e l'inverno svanisce solo dopo pochi giorni. Perché Andrea odia l'inverno ed odia Roma. Misere bugie cui forse non crede nemmeno lui, ma che lo rassicurano, lo tranquillizzano. Ed io con lui.
Cara zia Cicci, un destino ci accomuna: mi hai insegnato che si può amare un fratello come se fosse un figlio. Ma io sono stato più fortunato di te. Tuo fratello, mio padre, è cresciuto, è andato per la sua strada. Hai dovuto subire il dolore di una sacrosanta lontananza. Mio fratello, tuo nipote, non crescerà mai, sarà il mio cucciolo per sempre, almeno finché mi sarà dato vivere. E il dolore si trasforma in gioia. E le lacrime diventano sorriso.

09/01/12

Articolo 18

Io vorrei dire al Professor Monti, al Professor Ichino e alla professoressa Fornero che è facile dispensare consigli sulla flessibilità del lavoro quando si guadagnano decine di migliaia di inflessibili Euro al mese. Noi non abbiamo avuto la fortuna di nascere in famiglie che potevano permettersi di farci studiare alla "Bocconi" o nei college inglesi ed americani (vero professor Monti?). Non abbiamo in tasca nemmeno una tessera di partito, che ci potrebbe consentire di fare rapide carriere universitarie e ci farebbe piovere sulla testa consulenze a sei zeri (vero professor Ichino?).
La mia generazione, quella dei cinquantenni, è stata particolarmente sfortunata: siamo nati carne e volete a tutti i costi farci morire pesce. Sì, perché noi abbiamo iniziato a lavorare nei mitici anni ottanta, quelli della Milano da bere e della Roma da "magnare". Siamo stati assunti per andare a fatturare dai clienti, a decine: perché in quei tempi di gare d'appalto non si parlava ed un progetto cui bastavano cinque o sei persone, veniva venduto con decine e decine di consulenti a corredo.
Poi, con la fine della prima repubblica ed il passaggio dal "magna-magna" al "bunga-bunga" si è rotto il giocattolo. Improvvisamente quelli che erano considerati veri e propri "guru" sono diventati un mero centro di costo per le aziende che li avevano assunti. Se nel 1992 facevo riunioni con i più alti dirigenti di enti pubblici e parastatali, dieci anni dopo mi sono ridotto a fare i salvataggi su nastri dei dati applicativi. A oltre cento chilometri da casa.
I più giovani di voi tra i 23 lettori del mio blog, mi considereranno sicuramente un privilegiato, perché comunque un posto ce l'ho, con relativo stipendio addebitato sul conto corrente. Ma non è questione di fortuna: io ho un lavoro a tempo indeterminato perché in Italia c'è ancora l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che non permette alle imprese di licenziare i lavoratori in maniera creativa.
Cari professori, se domani toglierete o modificherete l'articolo 18, farete lo stesso errore commesso da Ciampi, D'Alema e Tiziano Treu venti anni fa: darete agli imprenditori una pistola col colpo in canna e già puntata sulle nostre tempie. Perché alla favola degli ammortizzatori sociali ci credono soltanto Bonanni ed Angeletti. Togliendo l'articolo 18 si metteranno in mezzo alla strada tutti quei lavoratori che oggi hanno 50 anni, che nessuno vuole più e che hanno famiglia e mutuo a carico. E con loro verranno gettati al macero anche i loro figli e la possibilità di dargli un futuro migliore.
Ma fate attenzione, cari professori. Un ragazzo precario può sempre andare all'estero per far valere i propri meriti. Un cinquantenne che perde lavoro, casa e dignità non va da nessuna parte. Si piazzerà davanti alle vostre case, a muso duro. Vi chiederà conto di tutto, anche delle colpe non vostre perché ereditate da altri. E vi assicuro che non sarà affatto flessibile.

26/12/11

Come voi

Eppure vorrei essere come voi. Che non parlate di politica se non per dire: "il più pulito ha la rogna". Che guardate "X Factor" ed "Il grande fratello". Che non perdete una puntata de "I soliti idioti". Che non vi ponete domande e le incazzature vi passano dopo cinque minuti. Che mangiate pane e calcio. Che leggete i libri di Fabio Volo e vi sembrano anche belli. Che spendete 800 euro di tablet per giocarci a tetris. Che vi comprate auto alla moda e regolarmente parcheggiate in seconda fila. Che al mare ci andate a mezzogiorno dopo due ore di traffico. Che il sabato sera non è sabato sera se non si va alle "Fraschette" di Frascati o a mangiare il tiramisù di Pompi. Che parlate del nulla nel vostro telefonino ma lo fate ad alta voce. Che siete convinti di avere sempre ragione. Che il problema sono gli extracomunitari che ci portano via il lavoro. Che ascoltate i Coldplay come se fossero i Beatles. Che avete votato Berlusconi perché convinti che si è fatto da se. Che ora non lo votate più perché lo dice Montezemolo. Che le vostre donne sono soltanto trofei espositivi. Che dovunque andiate e qualunque cosa facciate poi mettete la foto su Facebook. Che andate in vacanza solo per fare morire di invidia i vicini ed i parenti. Che siete convinti che Monti salverà l'Italia e che il PD sia un partito di centrosinistra. Che considerate Christian De Sica e Massimo Boldi due attori. Che vi siete comprati una chitarra acustica 12 corde della Eko ma non la sapete suonare. Che fate i leccaculo per qualche potente nella speranza che un domani vi possa sistemare. Che avete un lavoro soltanto grazie alle raccomandazioni di papà e credete di saper lavorare. Che vi scambiate regali di natale ma vi accoltellereste alla schiena. Che considerate i "contractor" della guerra come degli eroi. Che pensate di esser vivi ma state solo consumando ossigeno.
Eppure vorrei essere come voi. Perché vi guardo negli occhi e sembrate felici. Perché il vostro universo è un monolocale ove vigono le ferree e rassicuranti leggi della geometria euclidea. Perché la felicità è un sentimento banale e le complicazioni rendono la vita difficile. Perché avete imparato l'arte di scansare i problemi. Perché non ve ne frega niente degli altri.
Eppure vorrei essere come voi. O forse sono come voi. Ma non abbastanza.
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