16/04/17

L'abbuffata pasquale

Sgombriamo il campo da ogni dubbio: non vengo da una famiglia di inappetenti. Nella mia linea genealogica i vegani sono una forma di vita aliena residente su Proxima Centauri, il mais e l'orzo perlato venivano dati alle galline nel pollaio.
L'insalata solo in due casi: in punto di morte o dopo la sesta portata, prima della sagra del dolce, per sgrassare la bocca.
Certi miei zii, a pranzo, erano in grado di mangiare cibo per un peso assai superiore di quello corporeo, con scioltezza e naturalezza. E la sera ovviamente si cenava con gli avanzi (pochi) del pasto precedente, irrobustiti dall'immancabile spaghettata.
Il punto massimo delle nostre abbuffate si raggiungeva durante le feste comandate. A natale si iniziava a mangiare torrone, pandoro e panettone dal quindici di ottobre. Ma il 25 dicembre era soltanto un allenamento propedeutico per la pasqua. Lì la nostra genia mostrava tutta la sua fame atavica.
La colazione pasquale non era una colazione come tutte le altre: la tavola veniva imbandita all'alba con tutte le specie conosciute in natura di insaccati e prosciutti, con varie declinazioni di salumi e lonze. Formaggi di ogni latitudine e di tutte le stagionature.
Non si usava il pane, troppo dietetico, ma le pizze di pasqua per addentare meglio i vari derivati del maiale. Per chi non è della zona centrale d'Italia le pizze di pasqua sono un dolce la cui forma ricorda quella di un fungo di trenta o quaranta centimetri ma il cui peso specifico si avvicina a quello del pianeta Giove.
Questa libagione durava almeno un paio d'ore ed il tavolo si riempiva di persone man mano che si alzavano dal letto. Si passava poi direttamente al pranzo senza soluzione di continuità. Alcuni nemmeno si vestivano rimanendo in pigiama.
Il pranzo pasquale non si faceva certamente notare per la sua sobrietà: due primi, in genere lasagne e fettuccine al ragù; agnello “a scottadito” e costolette d'abbacchio fritte; carciofi fritti, peperoni e cicoria ripassata in padella; dulcis in fundo colomba pasquale, uova di pasqua al cioccolato al latte e fondente (per par condicio), pizze di pasqua dolci ed al formaggio.
Caffè ed ammazzacaffè. La frutta no, per non appesantirci troppo.
Ci si alzava dal tavolo (con difficoltà) che erano le sei del pomeriggio, giusto il tempo per una sana “pennica” stravaccati sul letto o su qualche poltrona libera, per poi risvegliarci con un certo languore alle prime note del telegiornale.
Le dichiarazioni formali di tutti gli astanti erano improntate al più fiero digiuno, con punte di disgusto verso il cibo. Dopo un quarto d'ora si iniziavano ad affettare le “coralline” e prima che finisse carosello non c'era una bocca che non fosse piena.
Verso le undici della sera i pochi che erano ancora in grado di parlare si davano l'appuntamento l'indomani per la gita di pasquetta.
Una giornata all'insegna della natura e della salute per smaltire i carboidrati? Non propriamente. Erano già pronte decine di bisacce di vimini con tutto il ben di Dio, in attesa di essere stipate nel portabagagli della Fiat Millecinque.
Bei tempi. I miei parenti trasudavano colesterolo da tutte le arterie. Ma non lo sapevano. E per questo sono vissuti felici e contenti. Alcuni hanno avuto persino la sfacciataggine di campare fino a novantanni e morire mangiando un cornetto Algida. 
Lasciatevi andare, almeno domani che è pasquetta. Le bistecche di soia e le diavolerie di kamut possono attendere.

08/04/17

Il Paese


Un denso muro di nuvole grigie apparve dalle colline che digradano verso il mare. E la quiete che regnava tra gli alberi del bosco fu lacerata da un improvviso vento umido. I rami iniziarono a flettersi e ad agitarsi, le foglie a riempire il silenzio col loro fruscio.

Non era l'ora del tramonto eppure sembrò giunta la notte. I contadini del paese sapevano bene che quando le nubi arrivavano dai Monti della Strega la pioggia era assicurata. Le mucche ed i maiali furono fatti entrare nelle loro stalle, i lavori negli orti si interruppero, ed una silenziosa carovana di uomini stanchi si mise in cammino verso il paese: chi a piedi, chi in groppa al proprio mulo, chi su sgangherati carretti di legno trainati da vecchi cavalli. 

Anche l'oste del paese guardava avvicinarsi le nuvole minacciose dalla porta della sua locanda. E un mezzo sorriso apparve tra le labbra ed il sigaro toscano: i contadini sarebbero presto arrivati ad asciugarsi davanti al camino dell'osteria e ad un quartino di vino rosso.

Intanto il vento era penetrato tra le strette viuzze del paese, portando con se le grida delle madri alla ricerca dei loro figli.

“Pino!”.
“Tonino!”.
“Domenico!”.
“Rientrate a casa che mo' piove!”.

Dalle canne fumarie dei camini usciva il fumo acre della legna bruciata. Piccole colonne grigie si alzavano verso il cielo fino ad incastrarsi e poi confondersi con le nuvole.

Ad esse sembravano suonare le campane della messa vespertina, mosse dalle mani potenti e callose del sagrestano. Ma troppo minaccioso si era fatto il tempo: i paesani che ancora erano per le strade affrettavano il passo, fermandosi un secondo davanti al portone della chiesa per un rapido segno della croce. Anche il curato sapeva ciò che stava per accadere, ordinò ai chierichetti di tornare alle loro case, congedò il sagrestano e si sedette nel primo banco davanti all'altare, iniziando a recitare il rosario.

Solo il fabbro restò nella sua bottega, a forgiare il ferro rovente al ritmo ancestrale del martello.

“Beng, beng, beng!”.

Prendevano forma i ferri da cavallo, gli utensili per i butteri e per i contadini, mentre la fornace sputava fiamme e calore.

L'oste non si era sbagliato. Il locale si era riempito in fretta, i tavoli brulicavano di carte, di litri di vino e bestemmie. La locanda era una vecchia stalla riadattata: il portone era incardinato ad un grosso arco di mattoni a sesto ribassato e sopra di esso, su una tavola di legno rettangolare, regnava la scritta “Mescita di vini e liquori”. C'era una sola finestra, posta sulla parete di fronte all'entrata e protetta da una solida inferriata.

“E' un capolavoro 'sta roba qua!”, esclamò il fabbro il giorno che ebbe finito di montarla. “Nemmeno la Grande Berta te la fa saltare via!”.

“Basta che non entrano i ladri.”, bofonchiò l'oste mentre si accendeva l'ennesimo sigaro toscano.

E i ladri non entrarono mai nella locanda. L'oste aveva ricavato un bugigattolo al suo interno: pochi metri quadrati dove aveva infilato una branda ed un piccolo armadio ma che condivideva con un moschetto del '99 e che non mancava di imbracciare ogni volta che l'atmosfera si surriscaldava. Non sparò mai un colpo quel moschetto ma fu sempre un ottimo argomento che metteva a tacere le dispute più animate, sospinte dai fumi dell'alcol.

Spesso l'oste non aveva nemmeno bisogno di mostrare l'artiglieria. Era di una forza taurina: non basso ma tarchiato, privo di collo e con dei bicipiti da fare invidia ad uno scaricatore di porto, si caricava le botti di vino sulle spalle come se fosse un mulo. 

Portava dei lunghi baffoni neri accompagnati da una barba ispida ed incolta di almeno tre giorni. Aveva gli occhi piccoli ma sempre in movimento, non gli sfuggiva mai niente. Al malcapitato che provava a fare lo sbruffone nel suo locale si piantava minacciosamente davanti, con lo sguardo truce e le maniche della camicia rimboccate fin sopra i gomiti. Generalmente bastava ed avanzava.

Quella sera l'atmosfera era tranquilla all'osteria. Il fumo dei sigari aveva saturato il locale ed una fitta nebbia, mista a nicotina, era calata tra i tavoli. Ormai il cielo si era completamente riempito di nuvole nere, gravide di pioggia.

Il borbottio dei tuoni lontani si era fatto sempre più forte e le saette luminose dei fulmini avevano ormai superato le ultime colline prima del paese. Gli animali sembravano impazziti: i muggiti spaventati delle mucche si sentivano fin dentro le case.

“Senti come piangono, povere bestie!”, disse Antonio, mentre stava decidendo se calare una briscola o andare liscio.

“Piangono di più domani mattina quanto ti rivedono, che sei brutto da fare spavento.” gli rispose Domenico, scatenando le risa sguaiate di mezza osteria.

“Ha parlato Adolfo Valendino, ha parlato! Che quando vai a governare i maiali scappano via per la puzza!”, ribadì Antonio facendo ridere anche l'altra metà.

Antonio e Domenico si conoscevano fin da bambini, sempre insieme, giù nei campi a rincorrere lepri e lucertole. Da subito iniziarono a sfottersi ed i primi a divertirsi furono proprio loro due, tanto che questo divenne il loro passatempo preferito.

Con l'andare degli anni affinarono la tecnica e resero più fertile la loro fantasia. Nelle giornate di grazia potevano andare avanti per ore e venivano a godersi la scena persino dai paesi vicini. Dovettero separarli nella azienda agricola dove lavoravano. Per loro era normale sfottersi e continuare a lavorare, ma gli altri contadini si distraevano e questo mandava su tutte le furie la proprietà.

Allo scoppio della Guerra, quando ad entrambi arrivò la lettera di precetto, partirono assieme verso il centro di addestramento di Milano. Il viaggio in treno fu un florilegio di battute di scherno ed il vagone ove si erano seduti si riempì ben presto di viaggiatori, tanto che il controllore faticò non poco per attraversarlo tutto. Alla fine ci rinunciò e non si perdette lo spettacolo neanche lui.

Al centro di addestramento si dimostrarono meno elastici e le battute sagaci di Antonio e Domenico costarono loro un congruo numero di giorni di punizione e di corvée nelle cucine della caserma.

Furono spediti al fronte dopo poche settimane. Nelle trincee, tra le granate austriache ed i topi italiani c'era poco da scherzare. Più che altro tentavano di farsi coraggio, tra un assalto e l'altro.

“Anto', stavolta me sa che nun la sfangamo.”

“A Dome' ma che stai a di'! Sei così brutto che pure le pallottole te schifano!”.

Una mattina le pallottole nemiche non si scansarono. I corpi di Antonio e Domenico non furono più ritrovati, forse caduti in qualche crepaccio o dilaniati dai colpi del mortaio.

Al paese fecero una colletta e comprarono due bare di legno di faggio. Tutti sapevano che erano vuote ma nessuno mancò alla cerimonia funebre. Furono seppelliti uno accanto all'altro, insieme, come erano sempre vissuti. I contadini più anziani raccontavano che certe sere d'inverno, quando fa buio presto, era possibile sentire delle risate provenire distintamente dal cimitero. E che quelle risa salivano dalle tombe di Antonio e Domenico. E a nessuno venne mai in mente che quelle potessero essere antiche superstizioni contadine. 

Nemmeno alla Gianna.

Gianna era l'unica donna del paese che entrava nell'osteria. A pensarci bene era anche l'unica donna che, invece di stare a casa a badare alle faccende domestiche, girava tutto il giorno in lungo ed in largo, con un'enorme borsa di cuoio a tracolla.

Gianna faceva la postina ed i postini non hanno sesso. Intendiamoci, non era affatto una donna brutta ma infagottata nel tabarro di flanella, con gli scarponi ai piedi e con il cappellaccio delle Poste Regie poteva essere confusa tranquillamente per un bracciante bergamasco.

Quando aveva poco più di sedici anni i fratelli la costrinsero a sposarsi con tal Libero Borzacchini, un contadino di un paese poco distante. Inizialmente Libero non era molto convinto ma i fratelli gli promisero come dote il loro maiale più grasso ed il matrimonio fu celebrato.

Libero era un buon lavoratore ma aveva la testa calda. Male sopportava le angherie dei padroni e dei mezzadri. Difficilmente riusciva a mantenere il lavoro per più di tre settimane. Inoltre gli piacevano le belle donne: più di una volta dovette scappare dalla finestra, inseguito dai mariti resi cornuti.

Insomma l'aria si era fatta pesante per Libero, nessuno lo faceva più lavorare. Così decidette di punto in bianco di emigrare in America.

“Quello è un paese libero, libero come me!” disse una mattina alla Gianna prima di andare in città per imbarcarsi verso Ellis Island. Gianna avrebbe voluto partire con lui ma a Libero non piacque l'idea. Voleva prima sistemarsi e poi si sarebbe fatto raggiungere.

E Gianna rimase a casa, in attesa di notizie di Libero. Passarono alcune settimane, poi alcuni mesi, infine un anno. Ma di Libero nessuna traccia. Si recò in città alla questura ed al consolato per denunciare la scomparsa del marito. Ma dopo qualche mese l'Italia entrò in guerra proprio contro gli Stati Uniti d'America e anche le flebili speranze di ritrovarlo sembrarono definitivamente perdute.

Gianna era disperata, i fratelli erano poveri in canna e non potevano aiutarla economicamente. Il podestà del paese, che conosceva bene la sua storia, la fece assumere come postina, visto che quasi tutti i maschi in età da lavoro erano stati arruolati. E anche dopo la guerra Gianna riuscì a tenere il posto, grazie all'interessamento del parroco e del vescovo.

Nessuno seppe mai quanti chilometri percorse la Gianna per portare la posta da un capo all'altro del paese. Con il sole e con la pioggia, sotto la canicola estiva e tra la neve invernale. Gianna camminava, si sfiancava per non pensare più a Libero.

La sera si rintanava in casa e difficilmente riceveva visite. Le mogli dei suoi compaesani non la vedevano di buon occhio. In fondo era una donna sola, sposata ma senza coniuge e neppure vedova. Poteva essere una minaccia per i loro mariti e così la gelosia le creò attorno un muro di diffidenza e di maldicenze.

Gli anni passarono via veloci, come un batter di ciglio. La Gianna aveva messo i capelli bianchi e le rughe le solcavano la fronte. Era da poco andata in pensione quando una mattina sentì bussare alla porta.

“Chi è?”, disse la Gianna con la voce emozionata di chi non è abituato a ricever visite.

“Sono il postino, Gianna.”

Lei aprì la porta ed il postino le recapitò una lettera. Era una busta di quelle attraversate nei bordi da piccole righe diagonali rosse, bianche e blu. Veniva da lontano. Guardò il postino con occhi interrogativi.

“Arriva dall'America. Arrivederci Gianna.”, disse il postino mentre abbassava lo sguardo.

Gianna non rispose neppure, tanto era confusa. Sentiva pulsare le vene nelle tempie come se stessero per scoppiare da un momento all'altro. Chiuse la porta e dovette sedersi un momento, per riprendersi.

Alla fine si fece coraggio, prese un coltello da cucina ed aprì la busta con la delicatezza che si mette nelle cose che si ha più a cuore.

Tirò fuori la lettera, inforcò gli occhiali e si mise a leggere, bisbigliando le parole come nelle litanie religiose.

New York, 16 maggio 1951.

Gianna, so di non essermi comportato bene nei tuoi confronti. In tutti questi anni non mi sono fatto mai sentire, non una lettera o un telegramma per farti sapere se ero vivo o morto. Quando sono arrivato in America ho iniziato subito a lavorare sodo e piano piano le cose si sono messe bene. Ho conosciuto un'altra donna, mi sono innamorato e ho messo su famiglia. Ho falsificato i miei dati anagrafici così ho potuto sposarmi e fare tre figli, due femmine e un maschio. In tutti questi anni avrei voluto scriverti ma mi vergognavo troppo e poi avevo paura di finire in prigione per bigamia. Le prigioni americane sono brutte, brutte assai. Adesso sono vecchio ed il dottore ha detto che mi resta poco da vivere. Ma non posso morire con questo rimorso che ho sulla coscienza. Non ti chiedo di perdonarmi, sarebbe troppo. Ti chiedo solamente di accettare questa somma di denaro, 50.000 £., che allego a questa mia lettera tramite assegno, affinché tu possa vivere gli anni della tua vecchiaia serenamente. Sono sinceramente addolorato per averti fatto soffrire e come vedi il destino mi sta punendo per tutto il male che ti ho fatto. Addio Gianna.

Libero Borzacchini”.

Gianna si sentì svenire. Si trascinò sul letto mentre i singhiozzi del pianto le attraversavano il corpo. Con una mano aprì il cassetto del comodino e prese una vecchia foto ingiallita che ritraeva lei e Libero insieme. E mentre la guardava, stringendola stretta con le mani, disse:

“Ti ho aspettato. 

Giorno dopo giorno. 

Notte dopo notte. 

Ogni giorno ho cercato nei sacchi della posta una lettera che fosse la tua. 

Tutte le sere ho aspettato l'arrivo della corriera sperando che tu scendessi. 

In tutti questi anni non ho guardato neppure un uomo, per non mancarti di rispetto, perché non si dicesse che non fossi tua moglie. 

Poi ho iniziato a pensare che ti fosse successo qualcosa, che ti avessero rinchiuso in un ospedale, che avessi perso la memoria. 

Ti ho cercato ovunque, ma tu niente. Eri sparito nel nulla. 

Che ne sai del dolore che ho provato, della solitudine. Che ne sai di tutte le volte che ho creduto di impazzire, chiusa dentro queste mura di casa, mentre le altre uscivano con i loro mariti nei giorni di festa. 

E ora, che con la vecchiaia pensavo di averti dimenticato, sei tornato come un fantasma. Per torturarmi ancora. E con i tuoi sporchi soldi. 

Maledetto! 

Maledetto!”.

Passarono le ore. E poi qualche giorno. La Gianna faceva una vita molto riservata ma qualcuno cominciò a notare la sua assenza. Bussarono alla sua porta ma non ricevettero risposta. Temendo le fosse successo qualcosa avvisarono i Carabinieri i quali forzarono la serratura ed entrarono in casa. Ma di Gianna nessuna traccia. Il postino raccontò a tutti di averle consegnato una lettera proveniente dall'America e per un po' in paese non si parlò d'altro.

C'era chi sosteneva che si fosse imbarcata per le Americhe, chi pensava che fosse impazzita dal dolore e vagasse smarrita nelle campagne. Chi infine sospettava che si fosse stancata di vivere in paese e fosse andata a godersi la pensione in città o al mare.

Passarono altri giorni e passarono i mesi. Di Gianna si incominciò a parlare sempre meno ed alla fine il paese si immerse di nuovo nella sua quotidianità. Gianna sparì per sempre e nessuno seppe mai che fine avesse fatto.

Tuttavia qualche tempo dopo accadde una cosa alquanto insolita. Il parroco ricevette una donazione anonima per le famiglie povere del paese. Era una somma cospicua per una parrocchia di campagna come la sua: 50.000 £.

Il sacerdote andò subito a depositare il denaro nella Cassa Rurale, per paura che qualcuno potesse derubarlo. E mentre si recava nella banca passò davanti al portone della casa che una volta era della Gianna. Una colomba era poggiata sull'uscio della porta. Seguì con lo sguardo il parroco finché non svoltò nella piazza. Poi volò via, libera, verso l'azzurro del cielo.

***

Alla fine arrivò la pioggia, prima timida ed intermittente, poi copiosa ed irruenta. Nelle strade sconnesse del paese si formarono pozzanghere e rigagnoli d'acqua. I lampioni ad olio, sospinti dal vento, iniziarono a dondolare, proiettando luci ed ombre impazzite sui muri delle case.



Piovve tutta la notte ma finalmente, all'alba, il sole fece capolino tra le colline. I contadini tornarono nei campi, l'oste aprì la locanda ed il fabbro iniziò a piegare il ferro incandescente col martello e l'incudine. Un nuovo giorno iniziava nel paese, con le sue piccole e grandi storie. Storie che si perdono nel tempo e nella memoria ma che rimangono incastrate tra gli alberi del bosco. In attesa di essere raccontate.

Il vuoto



Il vuoto dentro
è una camera buia
fatta di mille perché.
E' la domanda senza risposta,
la stanchezza che non ha fine,
il ricordo che non può morire.
E' il futuro che fa paura,
la vita che non volevi,
i sogni dimenticati
in un cassetto da maledire.

03/04/17

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l'orizzonte si svela
negli spruzzi bianchi
delle onde gelate.
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Foto di Salvatore Migliari, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=54250833